Londra, boom economico nel 2021. Previsto un +7,8% del PIL

Londra, boom economico nel 2021. Previsto un +7,8% del PIL

Nonostante Brexit e Covid, il Regno Unito potrebbe, come da noi anticipato parecchio tempo fa, essere il Paese in Occidente che crescerà più di tutti dopo la pandemia.

Mentre lo scorso anno il PIL britannico sprofondava a – 9,8% e veniva considerata la peggiore economia dell’Occidente, noi e Morgan Corporate non avevamo dubbi sul grande rilancio nel post-Covid. E i numeri c’erano tutti, dopo i nuovi accordi commerciali e dopo lo sganciamento dalla zona Euro.

Infatti secondo uno studio di Goldman Sachs, nel 2021 la Gran Bretagna crescerà più di tutti, anche degli Stati Uniti di Joe Biden: +7,8% di Pil contro +7,2%.  Goldman Sachs non ha dubbi ed elenca una serie di fattori alla base di quanto previsto fissando la data del 21 giugno per tornare alla normalità pre- Covid.

Esaminiamo alcuni di questi fattori: in primis vi è lo straordinario piano vaccinale del governo di Boris Johnson, con oltre 63 milioni di britannici che hanno ricevuto almeno la prima dose, e a seguire un forte ottimismo economico che ha permesso una discesa della disoccupazione dal 5,1% di gennaio, al 5% di febbraio fino al 4,9% di marzo.

Altro fattore, la grande liquidità dei britannici grazie ai sostanziosi aiuti dell’ultimo anno concessi dal governo: la ricchezza privata familiare è salita a 11mila e 400 miliardi di sterline (circa 13mila miliardi di euro), ossia l’equivalente di 172mila sterline a cittadino britannico (circa 180mila euro).

Oltre a ciò, grazie alle leggi del governo Johnson indirizzate al mercato immobiliare, fanno sì che il mercato immobiliare stesso e quello dei mutui, sia più o meno ai livelli pre-pandemia, facendo così impennare il settore delle costruzioni. Ci sono anche alcune variabili che potrebbero ostacolare o limitare questo eccellente risultato, variabili che sono comuni a tutto il vecchio Continente, quali il debito pubblico, la forza lavoro in diminuzione e l’anzianità della popolazione, variabili comunque che incideranno in tutta Europa nei prossimi decenni.

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GOD save the Italian economy

GOD save the Italian economy

Recentemente l’Economist ha pubblicato un duro (ma produttivo) articolo sul declino delle grandi aziende italiane, definendo (a ragione o meno) l’Italia il vero malato d’Europa. Un malato che non si è più ripreso dalla prima crisi finanziaria del 2008, cedendo un poco alla volta tutti i migliori marchi alle aziende straniere.
«Tre ragioni principali spiegano la caduta dell’Italia delle imprese nell’irrilevanza. Hanno a che fare con una carenza di capitale finanziario, sociale ed umano, che si autoalimenta» segnalando oltre al rischio di imminente insolvenza di parecchie Grandi Imprese, i continui investimenti dello Stato in fallimenti perenni, citando Alitalia.
Ed ancora l’Economist cita lo studio del 2017 di Guido Corbetta dell’Università Bocconi, secondo il quale «oltre metà delle imprese italiane di prima generazione ha un proprietario-capo che ha più di 60 anni e un quarto uno che ne ha almeno 70».
Non si è fatta attendere la risposta di Guido Corbetta (Docente Università Bocconi di Milano) che conferma sul settimanale di RCS L’Economia, alcune nostre lacune, citando la classifica mondiale Doing Business 2020 dal quale emerge che il nostro Paese si posiziona al 58 posto alle spalle tra gli altri, di Kosovo, Kenia e Cipro. Analizzando nel dettaglio la classifica, il nostro Paese si posiziona al 97 posto per le autorizzazioni a costruire, 98 per l’avvio a nuovo Business e 128 per regole fiscali. Ma più in generale ciò che più preoccupa gli inglesi è la struttura finanziaria del Sistema Imprese sempre più sbilanciato verso il Debito.
Ma vi sono anche alcuni punti positivi secondo Guido Corbetta: il sistema Imprese Italiano si fonda su un tessuto capillare di Imprese Familiari che nel loro complesso non hanno nulla da invidiare alle altre imprese estere. Per quanto riguarda invece il grado di anzianità dei membri dei CdA la situazione non è poi così grave, in quanto è in atto già da parecchi anni un Ricambio Generazionale che vede alla guida delle Imprese più di un AD. Infine, risponde sempre Corbetta, è vero che il nostro Paese ha molti limiti ma occorre anche ricordare che nel 2019 l’Italia era al nono posto al mondo per il valore di esportazioni con 510 miliardi di Euro.
Fatte le dovute analisi (ben vengano le critiche) ci viene da pensare come potrebbe essere il nostro Paese eliminando la burocrazia, incoraggiando la meritocrazia, azzerando il debito pubblico ed investendo in produttività anziché in sovvenzioni improduttive: proviamo a pensarci, almeno.

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